Una tragedia immane che segnerà eternamente l’Ucraina, Putin unico responsabile.

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Innumerevoli le notizie circolanti in questi giorni. Una pletora di informazioni sul conflitto russo-ucraino e delle conseguenze da esso scaturite, contornate da paura e sgomento improvvisi quanto paurosamente plausibili. Non sarà questo un articolo standard; si cercherà di accomunare gli eventi di quest’arzigogolato labirinto bellico secondo un’impostazione narrativa quanto giornalisticamente adeguata, di stampo politologico con l’intento di creare una panoramica complessiva degli elementi principali che costituiscono l’essenza di questo attacco da parte dell’esercito militare russo. 

CHIUNQUE TENTI DI CREARCI OSTACOLI E INTERFERIRE IN UCRAINA, SAPPIA CHE LA RUSSIA RISPONDERÀ CON DELLE CONSEGUENZE MAI VISTE PRIMA. SIAMO PREPARATI A TUTTO. SPERO DI ESSERE ASCOLTATO.” 

Nel periodo migliore di questo biennio, ormai prossimo ad una libertà oltremodo bramata; l’ascesa di un’altra piaga storica ha preso forma indelebile. Nel cuore della notte, Putin annuncia l’inizio delle operazioni militari contro l’Ucraina. Kiev sospende tutti i voli civili. Le sirene suonano nella capitale ucraina e nelle altre città si sentono esplosioni. Le truppe russe stanno attaccando da Bielorussia e Crimea. Appello delle autorità civili: “Rifugiatevi nei sottopassi!”, “Annientate le difese aeree dell’Ucraina!”, dichiara intanto Mosca. Dal resto del mondo, Biden: “Stati Uniti e alleati risponderanno in modo deciso e adeguato!”. E poi: vertice straordinario della NATO. Jens Stoltenberg, suo Segretario generale, condanna l’attacco e assicura: “Proteggeremo i nostri alleati!”. Appello di António Guterres, Segretario generale ONU, in nome dell’umanità: “Putin fermi questa guerra!”. Dall’Italia, anche Draghi condanna: “Azione ingiustificabile, siamo vicini al popolo ucraino”. E ancora: Von Der Leyen assicura il sostegno europeo. 

Un ritmo incessante di irrazionali calamità che vede protagonista una mastodontica crepa russa nelle vite ucraine, rendendo tutti protagonisti, all’unisono. Così come in scienza e in natura, il ritorno dei conflitti ha una sua ciclica aberrante riapparizione in tutte le realtà. Chi avrebbe mai pensato che oggigiorno un capo di Stato (malgrado si tratti di Putin) avrebbe creato un simile scenario contro un altro Stato sovrano? Ancor più inammissibile se si pensa alla fase iniziale di ripresa dal Covid in cui a noi tutti sembrava di scorgere un momento di tranquillità. 

L’oltraggiosa narrazione retorica su cui Putin tiene ferme le sue ragioni rende nota la sua follia, conclamando una realtà già ipotizzata da sempre sulla sua identità politica e non.

– Far leva sull’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite per “l’operazione militare speciale” di cui è il primo responsabile;

– Parlare di un tentativo di “demilitarizzazione” in Ucraina e non di “occupazione”, mentre avanza militarmente nella regione ucraina del Donbass;

– Di rivendicazione delle minoranze russofone in Ucraina, per essere state soppresse dal regime Kiev, mediante genocidi e persecuzioni.

Tre punti che fluiscono da un comune denominatore, da una paura che funge da fattore trainante: l’intenzione dell’Ucraina di entrare a far pare della NATO, organizzazione internazionale per la collaborazione nel settore della difesa istituita a Washington mediante il Patto Atlantico, entrato in vigore il 24 agosto 1949, il quale ne fa da trattato istitutivo; e contro cui Putin, da sempre, desta odio ineguagliabile. 

Putin contro Kiev: “L’Ucraina rinunci all’ingresso nella Nato, gli accordi di Minsk non ci sono più”. 

Due i Protocolli di Minsk. Il primo fu concepito ed elaborato per porre fine al conflitto dell’Ucraina orientale, cruentamente esploso nella regione del Donbass. La Russia aveva conquistato le aree nel 2014 proclamando le Repubbliche popolari di Luhansk (Lpr) e Donetsk (Dpr). Dopo estesi colloqui presso la capitale della Bielorussia, appunto, Minsk, e sotto l’egida della Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), nel 2014 fu firmato il primo Protocollo. Protagonista, il Gruppo di Contatto Trilaterale sull’Ucraina, composto dai rappresentanti di Ucraina, Russia, Repubblica Popolare di Doneck (DNR), e Repubblica Popolare di Lugansk (LNR). Il protocollo Minsk II viene firmato nel 2015, sempre in Bielorussia, dopo il fallimento del precedente Minsk I. Gli accordi furono in seguito approvati da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il protocollo prevedeva: il cessate il fuoco, il ritiro delle armi pesanti dal fronte monitorato dall’OSCE, la ripresa del dialogo per le elezioni nelle due auto-proclamate repubbliche popolari, il ripristino dei legami commerciali e sociali e del controllo del confine con la Russia di Kiev, il ritiro delle forze straniere e dei mercenari, una riforma costituzionale per conferire un’autonomia maggiore al Donbass rispetto al governo centrale. 

Tuttavia, nonostante un’iniziale diminuzione delle ostilità, l’accordo non fu rispettato. 

“Diceva Angela Merkel che Vladimir Putin usa nel ventunesimo secolo i metodi del diciannovesimo. I metodi e i principi. Tra cui uno molto pragmatico: le ragioni del più forte prevalgono su quelle del diritto internazionale. La questione ucraina è un buon esempio di trattati e di norme validi fino a quando lo decide, in modo del tutto unilaterale, Mosca.” (Angelo Allegri, Dagli accordi di Budapest a quelli di Minsk: Mosca e tutti i trattati diventati carta straccia, 23 Febbraio 2022 – 06:00, Il Giornale)

Il mondo, ora: 

USA: Biden ha confermato che non ha intenzione di inviare truppe americane in Ucraina, una red-line che non si supererà, beninteso. Potrebbe essere quello il reale punto d’inizio di una terza guerra mondiale. È ben noto il connubio USA-RUSSIA così come lo stato di una guerra fredda praticamente mai finita. Il pacchetto massiccio americano delle sanzioni da adoperare verrà ancor più sistemato e prolungato nel corso di questi lunghi giorni, ma che, purtroppo, per adesso non ha funzionato assolutamente come deterrente. Antony Blinken, Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, ha reiterato che le sanzioni rappresentano lo strumento più importante per convincere Putin a non agire, ma la realtà è che per Putin queste non rappresentano affatto (né hanno mai rappresentato) un fattore scoraggiante. Gli Americani assieme alla NATO rafforzeranno il fronte orientale dell’alleanza inviando truppe su truppe. Intanto, i soldati statunitensi verranno spostati sempre più vicino al confine ucraino per consegnare aiuti umanitari e sostenere decine di migliaia che per ora tenteranno di entrare in Europa varcando il confine slovacco, polacco e ungherese. Biden ammette che non si aspettava reazione differente dal Presidente russo: non sa cosa farà, ma sa cos’ha fatto e che ci vorrà tempo. 

Cina: Nessuna intenzione di voler inasprire i suoi rapporti con la Russia. Al contempo, matura la paura di un ritorno a Taiwan. Mentre il mondo intero è attento alle sevizie russe, la Cina potrebbe re-appropinquarsi della piccola nazione insulare, scenario presumibilmente verosimile. 

UE: Si auspica ad una risposta dell’Unione Europea compatta e unificata, a guisa del nome che fieramente porta, diversamente da come agì nelle stragi de “La Primavera Araba” del 2011, in cui l’UE ha funto da mera artefice di vergognosa retorica mentre predicava diritti umani vendendo armi ad una parte troppo robusta delle dittature del Medio Oriente. Inoltre, in lista vi sono due Paesi Europei vagamente tentennanti sulle misure da prendere. L’Austria, la quale rappresenta lo Stato UE politicamente più dialogante con la Russia, non essendo neanche membro della NATO e l’Ungheria, la quale, invece, rappresenta lo Stato UE politicamente più vicino a Putin. 

Ucraina: Zelensky, Presidente dell’Ucraina, non smette di far sentire da Kiev un assordante grido d’allarme. Da un lato la richiesta di aiuti, ma anche l’invito al fronte occidentale a non lasciare sola l’Ucraina, dall’altro un inasprimento delle sanzioni. Zelensky, ex sceneggiatore, comico, attore è l’assoluto outsider di quest’immane tragedia. Nell’aprile 2019 travolse con il 73% le elezioni ucraine. Nessuna esperienza politica, se non quella di aver interpretato in una fiction un personaggio che come lui si trovava a diventare Presidente per caso. Mai avrebbe immaginato di ritrovarsi in tenuta militare a rassicurare il suo popolo assediato. La sua incredibile parabola è passata dalla commedia alla tragedia nel volgere di tre anni. Qualcuno lo definiva “fantoccio del Cremlino” perché recitava in russo; oggi è sotto attacco di Mosca, e in occasione di una delle molteplici videoconferenze di queste giornate si esprime: “Potrebbe essere l’ultima volta che mi vedete vivo”.

L’esercito russo avanza sempre più verso Kiev, Ungheria ormai quasi completamente sotto assedio. Putin è stato particolarmente chiaro in una cosa. Con la parola “demilitarizzazione”, usata in maniera (ovviamente) controversa quanto ambigua, lascia intendere che le forze militari ucraine devono perdere qualunque capacità militare, il che arrecherebbe un conseguente cambio di regime per debellare l’Ucraina. 

EFFETTI

A livello economico, ampiamente parlando: 

Un aspetto macroeconomico riguarda gli effetti che questo conflitto avrà sulla crescita, sull’inflazione, e in generale, sulla fiducia che gli operatori economici hanno nelle loro attività. Un nuovo shock esterno dopo quello della pandemia che potrebbe rodere questo 4% di crescita che era previsto per il 2022. Poi, c’è un aspetto più specifico che concerne le sanzioni, le sanzioni dei Paesi occidentali e delle possibili contro-sanzioni russe. Qui vige un aspetto di commercio internazionale: la Russia è un partner commerciale italiano, soprattutto per le materie prime di energia e di gas. Per quanto concerne l’Ucraina: a rischio forniture di mais, frumento e olio di semi, principali prodotti acquistati dall’Italia. Quest’ultima si posiziona al decimo posto tra gli acquirenti dell’Ucraina per un fatturato di 496 milioni di euro. Sul versante dell’import dell’Ucraina, l’Italia è il secondo fornitore di prodotti agroalimentari, dopo la Polonia, con una quota del 7% pari a 415 milioni di euro, sempre nel 2020. 

La società:

La sinfonia più svilente che fluisce fra le gelide grida di bambini, donne e uomini, costretti a scappare e trovare riparo, trova la sua più degradante forma concreta fra note storiche che (ri)vedono il popolo principale vittima protagonista di una questione che non li riguarda da alcun punto di vista. 

Le grida di un bambino, mamme che si precipitano giù per le scale, e ancora, file interminabili di auto che tentano di lasciare il Paese, di cui probabilmente non tutti riusciranno a farlo, e ancora, i papà che abbracciano i cari piangendo. “Andrà tutto bene.” Senza sapere. Senza poter predire nulla. Spiegare la guerra ai più piccoli, dopo avergli spiegato l’infausta presenza di un virus. Famiglie già degradate da una gelata di un nemico invisibile interno a un tunnel inestricabilmente aggrovigliato nell’ingrato solco del terrore. 

Quelle lacrime, quel riflesso agli occhi ormai intorpidito dalla consapevolezza che non si ha il potere di fare nulla, che si è solo una pedina in miniatura dinanzi a quel cielo sfibrato dal fumo dei missili in guerra, di non disporre di strumenti adatti, di doversi affidare a una speranza. Signora che tante volte inganna, talvolta, ancor prima della di lei morte prematura. 

Sete di potere e sofferenza: un banale eterno ritorno che torna a compiersi. 

Ma come la si spiega la guerra a un bambino che ha paura di morire? 

Siamo esseri umani, tutto il resto è secondario.

Articolo a cura di Alessandro Bonetti

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