Recensione “Mother”

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Darren Aronofsky è sicuramente uno dei registi che più divide critica e pubblico ogni volta che un suo lungometraggio viene portato nelle sale. Nella sua filmografia non sono poche le opere coraggiose, stilisticamente estreme e disturbanti. Noto per la sua tendenza ad utilizzare montaggi serrati, funzionali alla descrizione dei deliri psicopatologici che i personaggi manifestano nelle sue storie, non ha mai risparmiato al pubblico la sua visione pessimistica e nichilista in merito all’essere umano e al suo ruolo nel mondo come specie animale.

Con “Mother!”, dopo parecchio tempo dall’ultima volta, sono uscito dalla sala ponendomi prima di tutto una domanda: “cosa ho visto?”.
Superato il disorientamento che aveva caratterizzato la visione soprattutto nei venti minuti finali del film, posso dire di aver apprezzato la ricerca maniacale dell’inquadratura giusta, dell’effetto visivo più suggestivo (con effetti in CGI sicuramente migliori di quelli presenti in “Noah”), nonché le performance attoriali, nonostante nel personaggio della Madre (Jennifer Lawrence) ci siano alcune reazioni assolutamente poco credibili e quasi comiche. Dunque, di 120 minuti di delirio cinematografico, cosa rimane allo spettatore?
I più pigri diranno: questo film non ha senso, sono solo immagini disturbanti vuote e prive di qualsiasi significato; la vittoria dell’estetica e dell’adorazione del macabro sulla sostanza. C’è invece chi griderà al capolavoro, come è stato fatto per “The Neon Demon” di Nicolas Winding Refn.

Come detto precedentemente, anche quest’ultima opera di Aronofsky divide, e lo fa per due motivi. Innanzitutto perché ognuno metabolizza un argomento di tale pesantezza emotiva in modo diverso, e perché un buon numero di spettatori preferisce nascondersi alcune scomode verità piuttosto che vederle affrontate in un film che, con superficialità, oggi da alcuni viene ancora considerato solo un semplice intrattenimento o un espediente per passare due ore di spensieratezza fuggendo dai problemi della vita quotidiana. In secondo luogo perché la qualità dell’opera è effettivamente altalenante. Vi sono momenti intensi, scanditi dal battito cardiaco e dal respiro affannato della Madre, prigioniera di un’insicurezza avvolgente che la porta ad essere ossessivamente gelosa di Lui, delle cose di Lui, delle loro foto, della loro abitazione. Quando il mondo esterno busserà alla loro porta, le sue più grandi paure si avvereranno e la sua realtà, composta da pochissimi ed essenziali elementi, verrà stravolta.

Vi sono momenti, invece, molto meno ispirati sia dal punto di vista attoriale sia per quanto riguarda la sceneggiatura. Nella maggioranza di essi si dimostra punto debole proprio la performance della Lawrence, a causa di alcune esclamazioni che la fanno essere quasi caricaturale. In più l’atmosfera paradossale della pellicola non aiuta lo spettatore ad immedesimarsi nella situazione. Javier Bardem è credibilissimo, interpretando un personaggio così ambiguo, prima rassicurante e poi gelido, pacato ma in fondo sull’orlo di una crisi di nervi. Prigioniero della solitudine in cui la coppia vive, non gli basta l’immenso amore della
moglie, alle volte rappresentante una semplice fonte di ispirazione piuttosto che una donna da amare. Qui comincia l’analisi isterica di un egoismo ben nascosto dalle carezze, dai finti sorrisi, dai baci senza trasporto; un rapporto fantasma a cui lei rimane aggrappata con tutte le sue forze, pur di non perdere il punto di riferimento più importante, che con tutta probabilità non coincide neanche con la figura del marito, ma con lo
stereotipo di coppia felice e desiderosa di procreare. Lui consuma l’amore della Madre, la sua linfa vitale; in più di qualche passaggio sembra inconsapevole di che parassita si stia rivelando, di come stia tradendo la
fiducia di Lei, e questo rende tutto più triste ed inesorabile.
E questa è solo una delle chiavi di lettura che si possono utilizzare per interpretare la “creatura” di Aronofsky, smentendo chi la considera solo un “guscio vuoto”.


Ottimi anche Ed Harris e Michelle Pfeiffer, ospiti invadenti e fastidiosi che provocano l’emersione delle voragini emotive della relazione tra la Lawrence e Bardem. Il film trasporta lo spettatore in un turbine di inquadrature, dai primi piani sugli occhi di Lei, alle riprese ariose ed esplorabili con lo sguardo; gestito molto bene il crescendo emotivo, con un montaggio che si fa via via più intenso e frenetico, raggiungendo l’apice proprio a pochi minuti dalla fine, dove anche la violenza visiva (forse non del tutto necessaria?) colpisce come un pugno chi guarda. In alcune immagini è giustificabile chiedersi, appunto, se fosse necessario essere così espliciti e truculenti, o se ultimamente la moda del “gore” venga sfruttata in modo massiccio solo per bearsi del titolo di “trasgressivi”. Le due ore scorrono rapide e non annoiano, ponendoci di fronte a situazioni tese e sgradevoli in continuazione; non ci sono momenti di tregua, e questo a mio avviso è un punto a favore di un film che sicuramente non presenta problemi di ritmo.


Per chiudere il film, Aronofsky compie la scelta più saggia ed efficace, ridando allo spettatore i punti di riferimento che questo aveva perso nel delirio conclusivo e facendo finalmente tornare i conti, domando una trama articolata che poteva franare su se stessa e prosciugando fino all’ultima goccia, come il protagonista della vicenda, la fonte della sua ispirazione.

VOTO: 7.5

Articolo a cura di Vittorio Cecere

mother! (2017) Movie Poster CR: Paramount Pictures
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