Samuela Pierucci: “QUEL POCO CHE BASTA”

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Samuela Pierucci: “Ho scritto ‘Quel poco che basta’ in un momento non facile della mia vita. Presa da mille impegni, piena di dubbi su alcune scelte fatte, stanca. L’ho scritto di getto, è stato terapeutico e liberatorio.”

Queste le parole di Samuela Pierucci nel raccontarsi e raccontarci di “QUEL POCO CHE BASTA” il suo nuovo Romanzo. Seba e Nada(i protagonisti) si lanciano in un progetto di vita sballato e inciampano nel destino. Le loro vicende personali, le loro scelte, in apparenza leggere, e i loro fragili sentimenti di giovani innamorati si rivelano strettamente intrecciati, loro malgrado, alla Storia con la s maiuscola. 

“Da amante del vino – conclude la scrittrice – lo definirei un libro ‘da meditazione’: va letto lentamente, assaporato, va fatto scaldare. È un libro breve ma denso, a cui devo molto”.

Cito testualmente: “Quel poco che basta”, è la tragica storia, raccontata in chiave ironica, dell’amore e del fallimento di due ragazzi in cerca del proprio posto nel mondo. Senza svelare troppo cosa può raccontarci? 

Sebastiano e Nada sono due ragazzi poco più che ventenni che si incontrano e si innamorano in quella fase della vita in cui non si è del tutto maturi ma in cui non ci si può più considerare neppure degli adolescenti. Ho voluto raccontare quel limbo in cui abbiamo già una nostra personalità ben delineata ma in cui le scelte che determineranno il nostro futuro non possono essere fatte del tutto consapevolmente. In questo momento di sospensione prima della vita adulta i due protagonisti sono travolti dai propri sentimenti e da una serie di verità nascoste che li porteranno a una scelta alquanto estrema e poco meditata che li condurrà, inevitabilmente, al fallimento.

Ha dichiarato: “Ho scritto ‘Quel poco che basta’ in un momento non facile della mia vita. L’ho scritto di getto, è stato terapeutico e liberatorio”. Ci racconti. 

Stavo arrancando fra impegni lavorativi, sogni repressi e fatica nel gestire due figli piccoli. Ogni sera mi interrogavo sul perché di alcune mie scelte e in questa sospensione di idee e giudizi avevo bisogno di ordinare alcune esperienze passate (una è il volontariato in Brasile di cui parlo nel libro) e i miei dubbi sul mio ruolo e i miei desideri profondi. Ho sempre avuto l’esigenza di creare storie e raccontare fatti e sentimenti per capire meglio me stessa e la realtà, quindi credo che scrivere di scelte, di fughe dal quotidiano e di potenziali drammi sia stato il modo per ritrovare un senso, sciogliere i nodi di quello che stavo vivendo.

Un libro “da meditazione'” che va letto lentamente, assaporato. È un libro breve ma denso, a cui devo molto”. Spieghiamo ai nostri lettori quest’aspetto. Perché di “meditazione” e ovviamente perché deve tanto al suo Romanzo? 

Non so se leggere questo libro sia facile o meno, io l’ho pensato come un concentrato di vita, una melodia di frasi da degustare come, appunto, un vino da meditazione. Vorrei che i lettori riflettessero su ciò che succede ai protagonisti e sul significato da dare al finale, su chi vince e chi perde. Io avevo la necessità di riflettere su me stessa, su alcuni cammini intrapresi verso una meta che poi, per certi versi, mi avevano portata lontano da quello che volevo realmente. Poter creare esperienze altrui, dare spessore ai personaggi, far parlare con un’altra voce me stessa è stato veramente un balsamo che mi ha permesso di guardarmi dentro, di guardare il fondo restando però in superficie. Scrivere di tragedie è come commuoversi e soffrire per un film ma, dopo i titoli di coda, sentirsi meglio.

Samuela, lei è originaria di un piccolo paese toscano, attualmente vive a Sesto Fiorentino e lavora come anestesista all’ospedale Careggi. Inutile dire che stiamo vivendo un periodo particolarmente difficile sia a livello sociale che sanitario. Ma mi chiedevo: se la medicina cura e si prende cura del nostro corpo, un buon libro può prendersi cura della nostra anima? 

Ho sempre creduto nel potere catartico della lettura e della scrittura, sullo scorrere della penna sul foglio o delle dita sulla tastiera. Chi scrive mentre lo fa quasi non è più se stesso, anche se vuole comunicare esperienze autobiografiche. E questo sforzo, mettere le lettere una di fianco all’altra, serve innanzi tutto a chi lo fa ma successivamente, in chiave diversa, a chi reinterpreta la storia leggendola. Questo scambio inestricabile fra scrittore e lettore è un impegno forte e un vivido stimolo che sento necessario per migliorare, come autrice ma anche come persona. Nel quotidiano mi trovo di fronte malattia e sofferenza, e nessuno è mai del tutto attrezzato ad affrontarli, neppure un medico. Ci sono e ci saranno sempre momenti di sconforto e fatica, ma potremo sempre rivolgerci al potere delle parole per trovare consolazione, evasione o esperienze universali.

Quel poco che basta”, Samuela l’ha trovato?

Credo che la ricerca non abbia fine. A volte serve molto, a volte pochissimo per essere chi vogliamo e così “quel poco” può essere sufficiente a perdere la strada, a smarrire il cammino. L’importante è discostarsi il meno possibile dalle nostre aspirazioni senza restare vittime dei giudizi altrui che spesso spingono altrove, lontano dal nostro desiderato posto nel mondo. Possiamo riflettere a lungo o agire d’impulso, ma la decisione spetta solo noi: accostiamoci il più possibile a quell’idea di vita che abbiamo in mente. È difficile, impegnativo, a volte si deve nuotare controcorrente, ma è l’unico sforzo davvero sensato che possiamo fare per non avere rimpianti.

Intervista a cura di Rosa Spampanato

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