Luigi Tenco, storia di una “vita sbagliata”

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«La mia più grande ambizione è quella di fare in modo che la gente possa capire chi sono io attraverso le mie canzoni, cosa che non è ancora successa.» (Luigi Tenco, intervista con Sandro Ciotti 1962)

Dal jazz delle cantine al rock’n’roll degli sconclusionati festival giovanili, dalla scuola francese a quella genovese, fino alla “rivoluzione mancata” del beat italico: Tenco è stato il cantore dei lati più oscuri dei “favolosi” anni 60, culminati nel gesto estremo del suicidio durante il Festival dei fiori del ’67 e che gli conferiranno una tragica statura.

Luigi Tenco, classe 1938 e nativo di Cassine (comune dell’alessandrino), si tolse la vita con un colpo di pistola alla tempia destra nella stanza dell’Hotel Savoy di Sanremo nella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1967 durante la diciassettesima edizione del Festival di Sanremo. Si chiuse così, nel modo più tragico possibile, la controversa parabola di uno dei cantautori più fraintesi ed emblematici degli anni Sessanta. A Tenco va al merito di aver contribuito a rivoluzionare la musica italiana. La sua attività di cantante non veniva accettata in famiglia, che lo obbliga a iscriversi all’università. Tuttavia, dopo aver cambiato diverse facoltà lascia gli studi. Vi sono molte speculazioni a riguardo, ma il biglietto che fu trovato non lascerebbe molti dubbi: “Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi”.

Alla sua morte, malgrado l’amicizia di breve durata, Fabrizio De André gli dedicò la canzone “Preghiera in Gennaio”; in questo brano Faber manifesta tutta la sua stima nei confronti del cantautore come uomo e come persona senza paura. “Per quelli che han vissuto / Con la coscienza pura / L’inferno esiste solo

Per chi ne ha paura”. 

È fin troppo scontato rileggere una storia partendo dalla fine e trarne una facile morale. Ma “quello che conta” – per richiamare un celebre bano di Tenco stesso – è fare luce non tanto su una biografia lacunosa e scostante su cui troppo spesso s’è ricamato e versato, col senno del poi, lacrime di coccodrillo, quanto sui meriti (e i limiti) pubblici, concettuali e, soprattutto, musicali di un personaggio in netto anticipo e dunque in aperto conflitto coi suoi tempi. Tenco ha attraversato e ritratto la società italiana degli anni ’60 (anni non solo caratterizzati dal miracolo economico e dai primi sussulti rivoluzionari sfociati nei moti studenteschi del 1968), il mondo inerte della nostra canzone popolare, come un evidente incrocio di Jacopo Ortis e del personaggio interpretato da Jean-Louis Trintignant ne “Il Sorpasso” di Dino Risi.

Articolo a cura di Rosario Cassaniti

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