Italia, quanto pesa il nostro debito sulle finanze pubbliche?

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In una recente audizione al Senato francese il Presidente della Banque de France, François Villeroy de Galhau, ha sostenuto che l’Italia è uno dei grandi Paesi dell’Unione europea ad aver stanziato il maggior ammontare di fondi pubblici per sostenere l’economia e la società nel corso della pandemia. Secondo la banca centrale francese, a inizio dicembre 2020, l’Italia avrebbe mobilitato risorse pari al 5,9% del Pil a fronte del 4,6% della Francia e del 3,7% della Germania

Evidenze analoghe, pur se riferite a un periodo precedente e con riferimento a capitoli di spesa un po’ diversi, sono state presentate in un Policy Brief della Luiss School of European Political Economy elaborando dati prodotti dalla Commissione europea (cfr. M. Buti e M. Messori, “‘Next Generation – EU’: Una guida ragionata”, SEP Policy Brief, maggio 2020, n. 29). Questo tipo di misurazione non è semplice da produrre, dal momento che non basta calcolare il sostegno diretto alle imprese e ai redditi delle famiglie, ma è anche necessario stimare il peso degli interventi indiretti (per esempio, sostegno ai consumi) e delle garanzie di vario tipo.

Eppure, la sostanziale convergenza fra le due stime appena richiamate legittima una prima conclusione: il governo italiano non ha lesinato sull’uso delle finanze pubbliche nazionali per limitare l’impatto della pandemia sull’economia e sulla società. Se ciò è vero, dove è allora finita l’emergenza del “debito pubblico” italiano, di cui abbiamo discusso per anni prima della pandemia?

Il debito pubblico italiano è ancora di dimensioni abnormi. Anzi, il nostro rapporto debito pubblico/Pil è fortemente peggiorato soprattutto a seguito della depressione del primo semestre 2020 e degli incrementi di spesa pubblica sopra ricordati. Esso ha, infatti, registrato sia una drammatica diminuzione del denominatore sia un drastico aumento del numeratore nel tentativo di arginare con risorse pubbliche gli effetti più duri della crisi.

Sotto il profilo della “tenuta” economica e sociale, tale tendenza è stata inevitabile in ragione del duro impatto avuto dalla pandemia in termini di “chiusure” dei processi produttivi e di caduta di una parte dei redditi famigliari e della domanda aggregata del Paese.

Fatto è che, oggi, il rapporto italiano debito pubblico/Pil è stimato attorno al livello record del 160% del Pil che sarà infranto nel corso del 2021; e, secondo alcune recenti previsioni del Ministero dell’Economia (Sole 24 Ore, 23 gennaio), potrà tornare “poco sopra” il dato del 2019, vale a dire attorno al 135% del Pil, non prima del 2031.

La conclusione da trarre è che, durante la pandemia, anche Paesi con una capacità fiscale nulla o negativa – come il nostro – hanno potuto aumentare enormemente il rapporto deficit pubblico/Pil (di più di 25 punti percentuali nel caso italiano). L’aspetto cruciale dell’analisi qui proposta è che, nonostante questi forti incrementi, si è verificato un indubbio allentamento del vincolo che, fino a un anno fa, sembrava stringere il rapporto debito pubblico/Pil in Italia, causando scompensi e instabilità macroeconomiche e lambendo problemi di sostenibilità futura. La ragione cruciale di tale allentamento dei vincoli è che, da metà marzo del 2020, la politica monetaria della Banca Centrale Europea (BCE) è diventata ancora più accomodante di quanto già non fosse. Gli aumenti delle emissioni di titoli italiani di debito del periodo marzo 2020 – gennaio 2021 sono stati, di fatto, coperti dagli acquisti della BCE.

È bene precisare una cosa: fino a quando la BCE o – per essere precisi – i componenti dell’eurosistema delle Banche centrali manterranno nel loro bilancio l’intero ammontare di titoli acquistati nei mercati secondari, tale debito rimarrà “sterilizzato” nel senso che non sarà nelle mani di investitori di mercato pronti a disfarsene al primo segnale di tensione. Dato che il programma di acquisto dei titoli pubblici da parte dell’eurosistema delle banche centrali dura dal marzo 2015 (con una breve interruzione inferiore all’anno nel corso del 2019), oggi quasi un terzo dello stock italiano di debito pubblico è detenuto dalla BCE (o, per essere più precisi, dalla BCE e – soprattutto – dalla Banca d’Italia quale componente dell’eurosistema). Pertanto, la quota sul Pil del nostro debito pubblico in mano a investitori di mercato si attesta intorno al 115% e non al 160% o più.

Come prepararsi al ritorno dell’emergenza debito ?

Per ora siamo nel mondo della teoria che, come è facile immaginare, cerca di elaborare un’analisi più precisa del fenomeno. Una promettente ipotesi di ricerca è che l’entità dei titoli pubblici nel bilancio della BCE (o di altra banca centrale), sopra indicata e definibile come “punto di rottura”, possa portare all’inefficacia dei canali di immissione della liquidità nel sistema economico (i canali monetari e bancari di trasmissione sopra menzionati). Qui non è certo il caso di addentrarsi in problemi tanto complessi. Basti notare che, se il “punto di rottura” sopra evocato diventasse un vincolo effettivo per la BCE, allora gli eccessi nazionali di debito pubblico tornerebbero eccome a mordere.

L’inedita convergenza ultra-espansiva fra le politiche fiscali, accentrate (si pensi a Next Generation – Eu) e nazionali, e la politica monetaria rischierebbe di venire meno; e si romperebbe, così, l’incantesimo di una politica monetaria della BCE che ha reso sostenibili politiche nazionali ultra-espansive anche da parte di paesi privi di capacità fiscali. In un simile scenario, non si tornerebbe al “mondo di prima”. Oltre alla drammatica situazione dell’Italia, vari altri paesi dell’euro area (innanzitutto, la Francia) potrebbero avere debiti pubblici difficilmente sostenibili senza radicali aggiustamenti. Il “mondo di prima” sarebbe, cioè, assai peggiore che nel passato.

Quando nel febbraio 2020 la pandemia da Covid-19)ha travolto l’Italia, sarebbe stato socialmente e tecnicamente difficile tamponare l’emergenza e salvaguardare la “selettività” della spesa pubblica. A un anno di distanza, preso atto che molti stanziamenti sono stati troppo indiscriminati e troppo poco efficaci, diventa tuttavia doveroso “selezionare” la spesa pubblica tanto negli obiettivi quanto nelle modalità di utilizzo.

Si tratta, in particolare, di accompagnare l’uscita dall’emergenza mediante un’efficace ed efficiente strategia di sviluppo sostenibile. Del resto, se esistesse davvero un “punto di rottura” nell’entità e nella composizione del bilancio della BCE, nel medio termine non vi sarebbe scelta: il ritorno a un “mondo di prima”, assai più squilibrato e minaccioso, imporrebbe drastiche riduzioni del rapporto debito pubblico/Pil che, per essere gestibili economicamente e socialmente, richiederebbero un ritorno alla crescita.

Le istituzioni europee stanno offrendo, specie a paesi come l’Italia, un’opportunità straordinaria. Si tratta del già citato Next Generation Eu e, in particolare, del suo programma più robusto: il cosiddetto Recovery and Resilience Facility (RRF). Fra il 2021 e il 2027, l’Italia deve dimostrarsi in grado di progettare e spendere le ingenti risorse offerte dal RRF. Solo in quel caso diventerà possibile trasformare un meccanismo di condivisione dei rischi, che è oggi una tantum perché imposto dalla pandemia, in uno strumento ricorrente e – come tale – essenziale per il graduale accentramento della politica fiscale nell’Unione europea. Una volta collocata su un sentiero di sviluppo sostenibile, l’Italia sarebbe nelle condizioni di concordare con le istituzioni europee un progressivo rientro dal proprio abnorme debito pubblico. Inoltre l’Unione europea, che ha un debito comune trascurabile e – dunque – ampi margini di capacità fiscale enorme, potrebbe trasformare l’ancor più minaccioso “mondo di prima” in un ambiente economico e sociale molto più ospitale di come ce lo ricordiamo.

Articolo a cura di Marco Luppi

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