THE CONJURING – PER ORDINE DEL DIAVOLO

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1981. I coniugi Warren assistono e documentano l’esorcismo di David Glatzel. Partecipano anche i familiari del bambino e il fidanzato della sorella maggiore, Arne. Durante l’esorcismo, il ragazzo supplica il demone di smettere di tormentare il bambino, offrendosi come oggetto di scambio. Ed Warren, attaccato precedentemente dall’entità, assiste impotente allo scambio. Nelle settimane successive, Arne inizia a manifestare segni di schizofrenia, visioni indotte dal demone, che lo condurranno a commettere un omicidio. Il ragazzo finisce sotto processo e i coniugi Warren cercheranno in tutti i modi di raccogliere prove evidenti della possessione di Arne per salvarlo dalla sicura condanna a morte.

Terzo capitolo della saga “The Conjuring”, questa ultima pellicola è diretta da Michael Chaves (“La Llorona”, 2019) e scritto da David Leslie Johnson-McGoldrick, che ha già curato la sceneggiatura de “The Conjuring 2 – Il caso Enfield”. Ritroviamo i familiari volti di Vera Farmiga e Paul Wilson per i coniugi Warren, insieme a Ruari O’ Connor, nei panni di Arne, e John Noble che presta il proprio volto a Padre Kastner (“Il Signore degli Anelli – Le due Torri”, 2002, “Sleepy Hollow”, 2013-2017). Prosegue, quindi, il filone dell’adattamento sul grande schermo dei casi di esorcismo dei coniugi Warren, questa volta incentrato su una maledizione. Infatti, nel 1981 Arne Cheyenne Johnson fu processato per l’omicidio di Bruno Sauls, per il quale si dichiarò non colpevole perché posseduto dal demonio. Il film abbraccia il genere investigativo e durante le indagini Ed e Lorraine si ritroveranno per la prima volta ad avere a che fare con i seguaci del satanismo, che si rivelano essere insidiosi quanto una presenza demoniaca. In questo modo, l’opera si ricollega alla saga di “Annabelle”, poiché si parla nuovamente de “I discepoli dell’ariete”, la setta che ha portato alla creazione della famosa bambola infestata.

La sceneggiatura prosegue in maniera lineare, non distinguendosi per dialoghi o colpi di scena significativi. E’ una sceneggiatura semplice, priva di particolari punti di forza e molto spesso piatta. I generi a cui si appella, horror e investigativo, sono mal gestiti e rendono la visione poco coinvolgente. Nuovamente, al centro della storia, c’è l’amore. Quello che unisce il giovane Arne alla fidanzata, Debbie, che non abbandonerà mai il suo fianco e collaborerà per trovare più prove possibili per sostenere la difesa del proprio ragazzo. L’amore della storica coppia di demonologici capace di resistere a ogni ostacolo e a ogni male, il cui forte legame è diventato il perno della storia, a partire dal secondo capitolo della saga. L’approfondimento della storia d’amore di Ed e Lorraine discosta molto l’attenzione dal caso, che dovrebbe essere la vera attrazione della pellicola e cardine della saga, finendo con il ridicolizzare il tutto e attutire le atmosfere di tensione e paura che caratterizzano i generi sopracitati.

Altra enorme nota di demerito sono i numerosi jump scares che purtroppo contribuiscono a rendere banale la pellicola. L’horror è sicuramente un genere che si basa su una serie di cliché (case infestate, possessioni, mostri, personaggi che spesso compiono azioni sciocche e illogiche), e fra questi i “salti per la paura” sono quelli più tediosi. L’horror deve suscitare un senso di paura, inquietudine e disgusto, ma farlo tramite i jump scares non strutturati e contestualizzati nella trama, rischia di rendere il film ridicolo. Questo è il caso di “The Conjuring – Per ordine del diavolo” che inserisce innumerevoli “sobbalzi sulla poltrona” che infastidiscono, ma non impauriscono lo spettatore. La regia di Chaves e il montaggio di Peter Gvozdas e Christian Wagner (“Fast & Furious – Hobbs & Shaw”, 2019) non sono in piena sinergia per comunicare la paura, non riuscendo ad aggiustare il tiro di una sceneggiatura già povera di suo. Inoltre, Chaves non riesce neanche a dirigere gli attori, che risultano quindi spenti, privi di caratterizzazione e ridotti a semplici macchiette. La colonna sonora, sempre a cura di Joseph Bishara, si amalgama al livello della storia, senza regalare il “brano” portante e caratterizzante di questo capitolo. Gli effetti speciali sono godibili e ben fatti, riuscendo a inquietare al punto giusto lo spettatore.

Il finale della storia lascia con un senso di vuoto e insoddisfazione, che dà l’ultimo colpo a un film moribondo che si rivela essere l’ennesimo prodotto di marketing mal riuscito.

Voto: 5/10

Articolo a cura di Sara Paterniani

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