RECENSIONE GHOST STORIES

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“Ghost Stories” fece la sua comparsa in sala durante il London Film Festival del 5 ottobre dello scorso anno, per poi rimanere nell’ombra fino al 13 aprile 2018, quando è stato distribuito nei cinema britannici.
Concepita come una pellicola ricercata e complessa, la creatura di Jeremy Dyson ed Andy Nyman ci ha messo ben poco a diventare un cult in patria, non usufruendo di una diffusione capillare come quella dei blockbusters, ma sostenendosi solo su un “passaparola” positivo che però ancora non ha fatto decollare l’incasso al box office. Il film narra la storia del docente di psicologia Philip Goodman, cresciuto in una famiglia di religione ebrea sotto la bigotta educazione del padre ed abituato ad una vita di solitudine, in cui i suoi studi ed il suo lavoro (smentire fenomeni paranormali e chi crede di poterli prevedere o controllare) hanno l’assoluta precedenza su tutto. L’investigatore del paranormale Charles Cameron, fonte di ispirazione per Philip, ormai anziano e povero, gli chiede di indagare su tre casi inspiegabili che rischiano di mandare a monte tutto ciò per cui lui ha lavorato ed in cui ha sempre creduto.
Fatta questa premessa, è verosimile aspettarsi da parte dello spettatore che vuole andare sul sicuro una buona dose di scetticismo. Gran parte degli horror che escono ogni anno sono composti da combinazioni di clichés e “jumpscares” che spiccano su trame particolarmente prevedibili e poco ispirate.
“Ghost Stories” si mimetizza tra questi, regalando però maggior intrattenimento (e paura), citando grandi classici ed innalzandosi di qualche gradino sugli altri lungometraggi di questa categoria grazie ad una regia efficace e prove attoriali sorprendenti. Poi, dopo essersi mostrato spaventoso e drammatico, trascende, diventando cerebrale, articolato, complesso, senza dimenticarsi di scioccare e commuovere.
Le interpretazioni sono di altissimo livello: Paul Whitehouse si trova a maneggiare uno dei personaggi più normali della vicenda, il guardiano Tony Matthews, ma i suoi drammi ci vengono trasmessi da uno sguardo perennemente triste e da scatti d’ira improvvisi e spiazzanti.
Strepitoso Alex Lawther (James in “The End of the F***ing World), nei panni dello psicotico Simon Rifkind; la storia che lo riguarda lancerà messaggi sul periodo adolescenziale, le insicurezze dei più giovani ed il potere della suggestione sulle menti più sensibili e fragili.
Molto bravo anche Martin Freeman, nel ruolo dell’ambiguo (a dir poco) uomo d’affari Mike Priddle.
Ad accompagnare queste performances ci saranno sempre gli occhi malinconici e fintamente sicuri del professor Goodman di Andy Nyman, che camminerà in punta di piedi tra gli eventi angosciosi raccontati dai tre protagonisti sopra analizzati,

permettendo loro di prendersi la scena e di autodeterminarsi in maniera soddisfacente, nonostante spettino pochi minuti ad ognuno di essi.
Il tutto è condito con un piacevole british humor e da situazioni a tratti paradossali che ci trascineranno in un delirio che insinuerà in noi dubbi e domande che avranno risposta solo ed esclusivamente a visione terminata.
Tre sono le storie e tre sono le differenti colonne sonore; componimenti estremamente distanti che ci calano in un’atmosfera diversa ad ogni caso trattato.
Il cercare di capire la realtà che ci circonda nelle molteplici forme in cui essa si manifesta è un privilegio che spetta a qualsiasi essere umano, riflessivo o meno che sia. Naturalmente, l’esplorazione e le conclusioni a cui ognuno di noi giunge tramite questa analisi sono fortemente soggettive ed influenzate dalle nostre personali esperienze esistenziali.
Lo stesso Philip Goodman ha patito il bigottismo religioso che lo ha allontanato in maniera definitiva da qualsiasi forma di “vita spirituale”, portandolo ad abbracciare un estremo razionalismo che non solo non prevede, ma non ammette la presenza del dubbio.
Quindi la critica non è rivolta a chi preferisce avere “fede” o chi preferisce vedere tutto come “atomi e molecole”, ma a chi è convinto di poter affermare che sia il suo, il modo corretto per interpretare la realtà e metabolizzarne i terrificanti paradossi. Non va dimenticata la profonda riflessione sul senso di colpa, vorace parassita dell’anima e responsabile di sofferenza cronica, predatore furtivo che agisce dal passato riportando con sé sofferenze di vecchia data rinnovandone il potere negativo.
“Ghost Stories” è tutto questo; un film elegante dal contenuto vasto ed intenso, allergico al buonismo ed imprevedibile, che nella sua audacia si dimostra perfetto per gli amanti dell’horror, dei film drammatici, dell’aspro sarcasmo e del cinema in generale.
VOTO: 8

Articolo a cura di Vittorio Cecere

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