Brexit: cosa cambia dal 31 gennaio e le tappe della transizione

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Dal 1 febbraio 2020 il Regno Unito è ufficialmente fuori dall’Ue. Via ai negoziati commerciali: c’è tempo fino al 31 dicembre o sarà “no deal”. Il giorno della Brexit è arrivato. Dopo 47 anni di “matrimonio”, dalle 24 di venerdì 31 gennaio, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è diventata effettiva. 

In realtà, perché la Brexit si realizzi a pieno sarà necessario del tempo. Sicuramente a partire dall’1 febbraio, Londra non potrà sedere nelle istituzioni europee, né avere voce in capitolo nelle loro decisioni. I suoi rapporti con i 27 Stati membri resteranno però sostanzialmente invariati fino alla fine di quest’anno. Di fatto, salvo alcune eccezioni, ancora per 11 mesi, Londra sarà trattata come uno stato membro senza diritto di intervento. 

Cosa cambierà e quando? 

Per prima cosa Gran Bretagna e Unione Europea dovranno discutere di accordi economici-commerciali. Per i primi di febbraio è atteso nel Regno Unito il discorso programmatico del premier britannico Boris Johnson che indicherà la strada di un’intesa di libero scambio simile a quella che l’Ue ha con il Canada. Al momento l’Unione Europea sta ancora dibattendo al suo interno per trovare una posizione unitaria: una data chiave è quella del 25 febbraio, giorno entro il cui il Consiglio dei Ministri Ue dovrebbe approvare il mandato, consentendo quindi l’inizio del negoziato con Londra a partire dai primi di marzo. Oltre alla questione commerciale, ci sono poi le tematiche di sicurezza, cooperazione giudiziaria, istruzione, energia: saranno tutte sul tavolo della trattativa.

Periodo di transizione o sarà “no deal”

Nelle discussioni che in questi giorni stanno animando i dibattiti all’interno del parlamento europeo c’è la questione della “transizione”.

Come abbiamo detto prima, la Brexit vera inizierà il 31 Dicembre 2020.

Il 31 dicembre infatti è il giorno in cui si chiuderà ufficialmente il periodo di transizione, a patto che non intervengano proroghe o nuovi accordi. Se per quella data Londra e Bruxelles non avranno firmato accordi economici, commercio e trasporti subiranno gravi ripercussioni. Insomma, lo spettro del ‘no deal’ si aggira ancora per l’Europa. In realtà il periodo di transizione non era previsto dai trattati fondativi dell’Ue ma il Consiglio e Parlamento europeo hanno tuttavia optato per questa soluzione, “fondamentale per un recesso ordinato del Regno Unito dall’Ue”,  che dia modo di raggiungere “un accordo sulle future relazioni”.

LE “RASSICURAZIONI” DA LONDRA

Boris Johnson non vuole proroghe, e ha fatto approvare dalla Camera dei Comuni una legge che le vieta. Pur di chiudere, ha lasciato l’Irlanda del Nord nel mercato unico europeo: non è poco. Non si capisce, però, come undici mesi siano sufficienti per un negoziato tanto vasto e complesso.

 Il premier Britanico, inoltre, intervenendo sulla questione Brexit, ha “rassicurato” che non ci sarà nessun “no deal” ma che saranno avviate tutte le procedure necessarie per un “divorzio” sereno.

In questa giornata storica la domanda che dobbiamo porci è una sola : il divario politico e psicologico tra il Regno Unito e il resto d’Europa è destinato ad allargarsi? Quali ripercussioni ci saranno all’interno dell’Unione Europea ? Staremo a vedere

Sarà interessante a questo punto capire quanto verrà usata in Gran Bretagna l’espressione «the Europeans» per indicare i cittadini dell’Unione Europea. Nessun referendum, infatti, può cambiare la geografia e la storia. I britannici escono da un’organizzazione internazionale, non da un luogo dove sono da secoli protagonisti. Erano, sono e resteranno europei. Speriamo se ne rendano conto.

Articolo a cura di Marco Luppi

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