RECENSIONE READY PLAYER ONE

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Anno 2045. Ci troviamo in un futuro distopico dove l’esaurimento delle risorse e l’inquinamento hanno messo in ginocchio il pianeta Terra.

L’unico modo per fuggire dalla dura realtà è quello di immergersi in una alternativa, un mondo virtuale chiamato OASIS, dove si può fare tutto ciò che si vuole. Letteralmente!

Wade Watts è un giovane di Columbus (Ohio), accanito esperto di OASIS e del suo geniale creatore deceduto qualche anno prima: James Halliday.

Quest’ultimo, prima di morire, ha nascosto quello che in informatica viene definito “Easter egg” nell’enorme universo da lui creato, e per trovarlo devono essere affrontate una serie di sfide che fanno parte del “Gioco di Anorak (nome dell’avatar virtuale dello stesso Halliday)”.

Il vincitore del gioco otterrà il possesso di OASIS e dell’eredità del suo ideatore.

Peccato che entrambe le cose facciano gola a molte persone, ed alcune sembrano essere disposte ad uccidere pur di trionfare.

“Ready Player One” è tratto dall’omonimo romanzo del 2010 scritto da Ernest Cline, che è anche co-sceneggiatore del film insieme a Zak Penn.

Proposto a più registi, il progetto finì nelle mani di Steven Spielberg durante i primi mesi del 2015; ciò che arriva in sala tre anni dopo è un prodotto facilmente accessibile, diretto e stracolmo di citazioni.

Nei primi secondi della pellicola potremmo già essere sorpresi dal grigiore del filtro in cui è immersa Columbus. Il panorama composto da centinata di case ammassate ed in rovina si sposa perfettamente con i colori spenti ed opachi.

Wade si muove in una città fantasma, dove i rapporti umani sono ridotti al minimo in favore di una socializzazione molto più facile ed immediata all’interno di OASIS.

Salta subito all’occhio un’anomalia: nonostante la realtà virtuale abbia portato ad un progressivo impoverimento delle interazioni fisiche interpersonali, sembra che essa sia anche l’ultima ancora di salvezza per la maggior parte della popolazione mondiale, non in grado di sostenere la povertà, la monotonia e l’insoddisfazione di cui è pregna la vita vera.

Se in “The Matrix” il mondo virtuale è un inganno forzato in cui incastrare l’uomo, in “Ready Player One” è l’uomo stesso a decidere di vivere la maggior parte del suo tempo in una simulazione.

Detto questo, Spielberg non si sofferma troppo a lungo su discorsi di natura socio-filosofica, cercando in primis di regalare agli spettatori ciò che OASIS regala ai suoi acquirenti: intrattenimento.

La realtà virtuale è coloratissima, varia, incredibilmente estesa, popolata da personaggi provenienti da videogiochi, film e fumetti che hanno fatto la storia della cultura pop; si rimane stupefatti dal virtuosismo con cui ogni citazione viene posizionata al posto giusto nel fotogramma giusto.

La sensazione che si ha è che il tempo in OASIS vada dieci volte più veloce rispetto alla realtà. Le sfide che dovranno affrontare Wade ed i suoi compagni vengono rappresentate con sequenze frenetiche, montate in maniera serrata, sostenute da una colonna sonora vincente quando cita grandi classici che ci riportano indietro nel tempo (“Jump” di Van Halen, “Stayin’ Alive” dei Bee Gees e molti altri), un po’ meno quando si tratta di musiche originali, scritte dal celebre compositore Alan Silvestri.

Tye Sheridan interpreta in maniera soddisfacente Wade Watts; nonostante il film non si concentri sugli effetti drammatici che la società disfunzionale del 2045 ha sui più giovani, il “Ciclope” di “X-Men: Apocalypse” ha modo di esplorare altre facce della personalità del suo personaggio, approfondendo la sua incredibile gratitudine per Halliday, che lo ha salvato da una vita di solitudine; la sua assoluta devozione agli amici, qualità insita in lui, non avendo avuto modo di esercitarla quasi per niente nel mondo in cui è nato, e la sua saggezza, delineata soprattutto negli ultimi minuti della pellicola.

Il villain Nolan Sorrento, interpretato dall’attore australiano Ben Mendelsohn, non è fatto per terrorizzare o impressionare con la sua cattiveria; rappresenta piuttosto lo stereotipo dell’uomo d’affari cinico e sleale, fondamentalmente privo di spina dorsale e mosso dalla volontà di impadronirsi dell’ultima valvola di sfogo in possesso dell’umanità, proprio lui che sembra quello ad averne meno bisogno.

L’opera, comunque, non si prende troppo sul serio, correndo sempre sui binari della leggerezza, edulcorando momenti troppo pesanti o seri e privilegiando lo spettacolo puro e la stimolazione delle corde emotive di grandi (principalmente) e piccoli per mezzo dei ricordi: il ricordo delle prime console, dei lunghi pomeriggi passati fieramente davanti al pc o alla televisione anche quando la calura estiva non lo permetteva; il ricordo dei primi effetti in CGI che cambiarono radicalmente il concetto di effetto speciale, permettendo una completa libertà creativa (in questo ambito lo stesso Steven Spielberg ci regalò l’innovativo Jurassic Park nel 1993).

L’effetto nostalgia non riesce però a farci chiudere un occhio sul finale, non tanto per la mancanza di sorprese, quanto per il classico buonismo spielberghiano che, anche in questo caso, trasforma la precedentemente menzionata leggerezza in fastidiosa superficialità; probabilmente in un film del genere non è un delitto, ma in una realtà ideale sarebbe diverso.

VOTO: 8

Articolo a cura di Vittorio Cecere

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