“Senza” il nuovo romanzo di Massimo Cracco.

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Tra le pagine di RivistaZoom quest’oggi abbiamo Massimo Cracco, autore di “SENZA” il nuovo libro pubblicato da Autori Riuniti nella collana I nasi lunghi.

“Senza” è un romanzo e un viaggio nel cuore oscuro di un’Italia di qualche decennio fa, in un contesto che oggi ritorna a inquietarci.

Le quattro parti del libro sono tutte introdotte da un aforisma di Emil Cioran e a tal proposito l’autore riferisce: “Amo questo filosofo perché collima con il mio modo di intendere la realtà”.

Ricordiamo inoltre che “Senza” è candidato al Premio Comisso, Premio Città di Como, Premio Carver e Premio Cultura sotto il vulcano annesso al Festival del libro e della cultura Etnabook.

In più è disponibile in tutte le librerie e nei book store digitali.
Buona lettura a voi.

Massimo benvenuto tra le pagine di Rivista Zoom. “Senza” è il tuo nuovo libro. Cito testualmente: “è un viaggio nel cuore oscuro di un’Italia di qualche decennio fa”. Raccontaci.

Grazie a voi per l’ospitalità!
L’intreccio del romanzo si è sviluppato in maniera imprevista, toccando temi che, inizialmente non centrali, lo sono diventati per il significato finale del libro; Senza racconta le vicende di Paolo che cresce nel rifiuto della società, rifiuto di un non senso, rifiuto della violenza come metodo; ed ecco che, in tema di violenza, mi sono ritrovato a parlare di fatti di cronaca accaduti tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta a Verona, dove è ambientato il libro; mi riferisco agli omicidi della banda Ludwig rivendicati in nome di ideologie filonaziste e filtrate da una buona dose di delirio religioso, Paolo ne viene coinvolto suo malgrado; il terrorismo nero e rosso imperversavano, erano anni di antagonismi violenti e, se la storia è ricorsiva, il ‘nazismo’ è un dato ‘caratteriale’ riorganizzato in ideologia: tra le nostre specificità c’è una primitiva e connaturata propensione al sopruso, all’esclusione degli ultimi, tare fisiologiche ancestrali camuffate da fede politica e che in periodi storici di crisi e incertezza, come il nostro, tornano in emersione.

Le quattro parti del libro sono tutte introdotte da un aforisma di Emil Cioran. E di lui riferisci che: “Amo questo filosofo perché collima con il mio modo di intendere la realtà”. Raccontaci di questa “Realtà”.

Realtà come non senso e paradosso.
Realtà come sommatoria di eventi inconciliabili con la pretesa di una razionalità della razza umana, realtà come attualizzazione di una Storia che eccettua significati autentici e duraturi (significati che le affibbiamo a posteriori in una compulsione di atti interpretativi che servono a silenziare il nostro disorientamento), realtà che ci obbliga a un incessante adattamento per non soccomberle, realtà a cui dobbiamo cercare di aderire perché ‘obbligati’ a viverla (a meno di uscirne volontariamente ‘levando la mano su di sé’, come scriveva Jean Amèry che poi, coerentemente, si è suicidato), realtà come esistenza che di giorno in giorno tentiamo di consolidare e che di giorno in giorno è soggetta, per sua natura, a una progressiva decomposizione, esistenza dunque che, nel proporsi, allo stesso tempo si nega.

In quarta di copertina si legge: “In queste pagine non troverete solo un romanzo, ma un vero e proprio rito di passaggio che ogni lettore dovrebbe tentare, almeno una volta nella vita.” Spiegaci.

Paolo ambisce alla mutilazione di una parte del corpo, questo è il tema trainante del romanzo, è un’aspirazione che pur in una precisazione fisica è connotata simbolicamente: dal punto di vista di Paolo la rinuncia a una parte di sé è una svolta necessaria, totalizzante e assoluta per il suo definitivo adattamento al mondo, è dunque un rito di passaggio, concreto ma anche metaforico, da uno stato insoddisfacente a uno stato di appagamento, e nella sua assurda pretesa Paolo è un campione di coerenza e tenacia nel perseguire il suo obiettivo di cambiamento. Tutti siamo attratti dal ‘cambiamento’ (formalizzarlo in un rito è un’inclinazione naturale perché il rito è una specie di sigillo formale), la mostruosità (in senso etimologico) del rito di passaggio cui ambisce Paolo è letteralizzazione di un’attitudine che ci è propria ma che difficilmente riusciamo a concretizzare: i nostri cambiamenti sono spesso parziali per mancanza di coraggio, sono all’insegna di un’ ‘economia’, difficile compiere mutamenti di rotta significativi, preferiamo restare entro le angustie delle nostre certezze, per quanto scomode. 

Articolo a cura di Rosa Spampanato

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