Economia, coronavirus: cosa dobbiamo aspettarci dal prossimo autunno ?

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L’occupazione e il Pil stanno crollando come mai prima d’ora, nonostante la cassa integrazione e il blocco dei licenziamenti. Eppure, esattamente come a gennaio accadde col virus, stiamo sottovalutando quel che sta arrivando. E ancora una volta stiamo pensando che, comunque vada, tutto andrà bene. Un errore di valutazione che rischia di essere fatale.

Gennaio 2020, in televisione scorrevano le immagini di Wuhan deserta e della Cina in lockdown. I primi di febbraio eravamo convinti che il virus fosse una questione tutta cinese, al più estremo orientale, e che quell’influenza o poco più chiamata Coronavirus non avrebbe cambiato le nostre vite, non più di quanto lo stava facendo la psicosi della malattia. Era poco tempo fa quando pensavamo che il 2020 sarebbe stato un anno più o meno normale, mentre il virus già circolava indisturbato nelle nostre città, e tante tantissime polmoniti virali venivano rubricate come una strana anomalia statistica, quasi a voler esorcizzare l’arrivo di una pandemia globale.

Ecco, evitiamo di sbagliare due volte. Perché se è vero che la sottovalutazione dell’impatto del Coronavirus sulle nostre vite, e l’intempestività delle misure di contenimento, sono state perlomeno concausa della sua velocissima e mortifera diffusione nel Nord Italia, forse dovremmo guardare con adeguato e lucido realismo alla crisi economica e sociale che sta arrivando. E che già oggi, al pari del virus a gennaio, sta mostrandoci tutto il suo potenziale distruttivo altrove, oltre a circolare indisturbata e inascoltata nelle nostre città.

Non lo diciamo per osservazione diretta, anche se sarebbe più che sufficiente fare due chiacchiere con la prima persona che incontrate per strada, per capire che aria sta tirando in Italia. Lo diciamo guardando i numeri, che non lasciano spazio ad alcuna indulgenza. Quelli dell’Istat, che nel giro di pochi giorni ci hanno detto che nei primi tre mesi di lockdown, nonostante il blocco dei licenziamenti, abbiamo già perso 500mila occupati. O che nel solo primo trimestre dell’anno – 20 giorni di lockdown su 90 – il calo del Pil è stato pari al 5,3%. Tanto per fare un paragone, nel 2009, l’anno peggiore da quando esistono le serie storiche, il calo degli occupati era stato di 389mila unità e il PIL era calato del 4,8%.

Quel che vedremo a fine anno, sarà tre o quattro volte peggio di quel che già oggi sarebbe il peggior crollo dell’economia italiana. Lo sarà a causa dell’effetto di tre mesi di lockdown, a causa di un’estate senza turisti stranieri e in cui metà delle famiglie italiane – complici 9 milioni di persone in cassa integrazione – non è andata in vacanza. Lo sarà perché nel resto del mondo l’emergenza sanitaria non è ancora arrivata al suo apice e il commercio mondiale ci metterà mesi, forse anni, a tornare quello del 2019. Lo sarà perché la seconda ondata autunnale dell’epidemia, con i suoi lockdown e le sue chiusure, è uno scenario non improbabile. Lo sarà perché, ci dice sempre l’Istat, che un terzo delle imprese italiane avrà problemi di liquidità da qui a fine anno. Un terzo. Una su tre.

Lo sarà, purtroppo, perché come accadde a gennaio col virus, stiamo sottovalutando quel che accadrà, o lo stiamo esorcizzando non pensandoci. Cercando di far passare il tempo con task force inutili e ammuine mascherate da Stati Generali, portando avanti polemiche ideologiche sui soldi europei o sugli immigrati , come se tutto fosse normale, come se bastassero il reddito di cittadinanza e la cassa integrazione a tenere in piedi la baracca.

Non andrà così. E più facciamo finta di non pensarci, più il prodotto interno lordo crollerà, la disoccupazione volerà, le imprese chiuderanno e le piazze si riempiranno di esasperazione e rabbia sociale, cui basterà una scintilla – quella che negli Usa è stato l’omicidio di George Floyd – per tracimare in violenza. Se questo sarà l’autunno, quel che verrà dopo rischia di essere pure peggio, con le peggior pulsioni autoritarie e revansciste, pronte a far capolino di nuovo nella nostra Storia, promettendo legge, ordine e capri espiatori. Serve coraggio, serve lucidità e acume politico per risollevare un Paese che sta entrando in uno dei periodi peggiori dal dopoguerra ad oggi

Articolo a cura di Marco Luppi

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