37 SECONDI

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Yuma Takada è affetta da paralisi cerebrale che la costringe sulla carrozzina e lavora come assistente di una famosa mangaka e sogna di poter esordire con un manga tutto suo. La ragazza prova a intraprendere la via del manga hentai, ma quando presenta la prima bozza alla direttrice di un’importante casa editrice è evidente che il talento nel disegno non è sufficiente, poiché quello che le manca è proprio l’esperienza sessuale che emerge dalla piattezza della trama. Yuma, quindi, decisa a far pubblicare il proprio lavoro, cercherà di sperimentare il sesso, andando contro i limiti che la protettiva madre le ha posto fin dalla nascita.

“37 secondi” è un film drammatico giapponese del 2019 esordio alla regia di Hikari, pseudonimo di Mitsuyo Miyazaki, disponibile su Netflix. L’opera è stata presentata in anteprima mondiale al Festival Internazionale del cinema di Berlino e, successivamente, al Tribeca Film Festival.

Nel ruolo della protagonista abbiamo l’attrice amatoriale Mei Kayama, affiancata da Misuzu Kanno nel ruolo della signora Takada. Entrambe compiono un lavoro toccante, riuscendo perfettamente a comunicare il rapporto quasi viscerale di una madre e di una figlia paraplegica. La signora Takada infatti è attenta ai bisogni di Yuma, risultando anche fin troppo apprensiva riguardo ai rapporti della figlia con il mondo esterno. La protagonista non avverte il peso della gabbia d’oro costruita attorno a sé, fino a quando non deciderà di agire e di non lasciarsi solamente accudire, prendendo in mano la propria vita e compiendo delle esperienze che lei stessa non avrebbe mai pensato di riuscire a fare. La regia di Hikari è semplice e pulita, non contraddistinguendosi per particolari scelte stilistiche, adattandosi alla delicatezza della storia mostrata, di cui ha curato anche la sceneggiatura.

Tuttavia, è proprio questa il tasto dolente di “37 secondi”. Esordisce come una commedia leggera mettendo al centro del primo atto un tema molto contemporaneo della società nipponica: il sesso. Questo è ancora un tabù. A Tokyo nei ben noti quartieri di Shinjuku e Shibuya si possono trovare numerosi ikemen bar e maid cafè che contribuiscono all’alto tasso di prostituzione giovanile. In questi bar, infatti, sono soliti lavorare ragazzi e ragazze, giovani e avvenenti, che intrattengono la clientela non solo servendo caffè. La cultura giapponese è ricca di contraddizioni: se da una parte esistono questi locali, dall’altra c’è molto imbarazzo nel vivere la sessualità liberamente e consapevolmente. Sono infatti numerosi i film e i libri che cercano di sdoganare questo tabù, fornendo una critica ai costumi della “moderna” cultura giapponese.

Yuma comincierà a esplorare la propria sessualità proprio in un ikemen bar dove incontrerà Mai che l’aiuterà a capire cos’è che desidera davvero.

Ed è da questo punto che la sceneggiatura prende tutt’altra piega, scrollandosi di dosso la leggerezza della commedia e caricandosi del peso del dramma. Si andrà più in fondo e si esplorerà il tragico passato di Yuma in un modo confusionario e dispersivo che lascia con un senso di indifferenza e di perplessità. Ci si chiede come la protagonista sia arrivata a compiere certe scelte, saltando proprio di palo in frasca. Non si riesce a pieno a empatizzare con i personaggi poiché i punti di svolta sono deboli e mal costruiti. Ad esempio, fuori dal nulla, viene introdotto il rapporto con la figura paterna, che è stata solamente accennata all’inizio del film e mai stata così importante per Yuma come la scrittura suggerisce perché per più di metà film la protagonista ha sempre dimostrato un blando interesse nei suoi confronti. Si scoprirà nella seconda parte il significato del titolo che perde il suo impatto e non fornisce quel carico emotivo che la sceneggiatura cerca di dargli.

“37 secondi” non è un esordio degno di nota per Hikari, ma è comunque un film che fornisce uno spaccato del Giappone e delle sue contraddizioni.

VOTO 4/10

Articolo a cura di Sara Paterniani

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