A CLASSIC HORROR STORY

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Cinque sconosciuti, un camper e una meta in comune: la Calabria. Durante la notte, i viaggiatori rimangono coinvolti in un incidente stradale, dovuto a un attimo di distrazione del conducente, e la mattina successiva, in maniera inspiegabile, si risvegliano nel bel mezzo di una radura, lontani dalla strada e circondati dai boschi. Dopo un primo momento di smarrimento, si accorgono che poco distante da loro si erge una capanna, solitaria e inquietante. Il gruppo si divide: le ragazze rimangono in compagnia del conducente, rimasto ferito a una gamba, mentre gli altri due, Fabrizio e Riccardo, esplorano l’edificio: scopriranno che al suo interno vi è un altare sacrificale dedicato a tre figure mistiche: Osso, Mastrosso e Carcagnosso. Di lì a poco, un’assordante sirena annuncia l’arrivo di qualcosa di sinistro. Ha così inizio la classica storia dell’orrore.

“A Classic Horror Story” è l’ultimo film di genere diretto da Roberto De Feo (“The Nest”, 2019) e Paolo Strippoli, disponibile sulla piattaforma di Netflix. Il cast conta su Matilda Anna Ingrid Lutz nei panni di Elisa (“I Medici – Lorenzo il Magnifico”, 2018, “L’estate addosso”, 2016), una ragazza neo-laureata alla Bocconi e in tirocinio presso un’importante azienda, di ritorno al paese natale e che ha da poco scoperto di essere incinta, Francesco Russo (“L’amica geniale”, 2018 in corso), il proprietario del camper, video-blogger e regista wannabe, Peppino Mazzotta dà il proprio volto a Riccardo, un medico piuttosto cinico e solitario, Will Merrick e Yuliia Sobol nei panni di Mark e Sofia, una coppia in viaggio in Italia.

Come preannuncia il titolo, questo lungometraggio ripropone tutti i classici cliché del genere orrorifico, ma in salsa italiana e calabrese. La Calabria, infatti, è altrettanto protagonista con i suoi paesaggi rurali e incontaminati, ma anche con la sua peggiore piaga: la mafia. Sembra impossibile per il cinema italiano non inserire questo spinoso argomento e tema, che finisce con lo stereotipare una Nazione e una regione, che ha molto altro da offrire. Ovviamente, il fulcro centrale di “A Classic Horror Story” è il cinema horror e agli appassionati del genere non sfuggiranno le numerose citazioni a film come “Silent Hill”, “The Blair Witch Project”, “Hostel” e tanti altri. Non a caso, De Feo ha esordito due anni fa con un horror che ha fatto parlare di sé perché ha segnato un ritorno a un genere non così estraneo al cinema nostrano, visto che contiamo su registi del calibro di Dario Argento e Mario Bava, ma che ultimamente produceva solamente drammi borghesi (ambientati a Roma, Napoli o in Sicilia), cine-panettoni e commedie romantiche.

La sceneggiatura è interessante perché non ha l’ardire di presentarsi come qualcosa di originale, anzi compie una parodia in maniera accattivante.

Non siamo di fronte a uno “Scary Movie”, quanto a un pulp-horror, che pone allo spettatore una spinosa domanda: ma è proprio vero che il cinema italiano non sa fare film d’orrore?

Questo è uno dei tanti crucci dei fan di genere, spesso disillusi dal poter trovare un film che sia nuovo e non di qualcosa di già visto. Le difficoltà per una sceneggiatura horror sono moltissime proprio perché con i suoi 200 anni di storia, il cinema ha già visto la nascita di pietre miliari come “Nosferatu” (1992), “L’esorcista” (1973), “Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York” (1968), “L’inquilino del terzo piano” “Suspiria”(1977),”Hellraiser” (1987), “Nightmare” (1984), solo per citarne alcuni, e la sfida dell’originalità consiste nel comprendere come rappresentare e incarnare le nuove paure del XXI secolo, sfruttando le caratteristiche che il genere indica, e registi come Ari Aster (“Midsommar” e “Hereditary”) e Jordan Peele (“Get Out – Scappa” e “Us – Noi”) sono sicuramente da tenere d’occhio.

“A Classic Horror Story” è qualcosa, sì, di già visto, ma vuole provocare lo spettatore e a emblema di ciò è la scena dopo i titoli di coda. De Feo e Strippoli sono altri due registi che potrebbero riservare delle sorprese.

Visione consigliata.

Voto: 6/10

Articolo a cura di Sara Paterniani

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